3) - Paolo Navale: sul Surrazionale. 1981

3) - Paolo Navale: il Surrazionale come spiritualità atea.

Non ho molto a che vedere con Bachelard, inoltre al surrazionalismo di Musil, preferisco sovrapporre il concetto di estasi di Plotino e indagarlo ulteriormente. Questo per completarne l’assioma come mi sembra di aver fatto e per andare oltre il riduzionismo ad materia, di cui  siamo tutti vittime. Merito al merito; come già ebbi modo di dire in più di un’occasione, il limite accertato di Bachelard sta solo nel fatto di avere dato, a tratti, una valenza iper-razionale al termine di Surrazionale, “iper-attivandolo” con strumenti altri che non quelli pertinenti solo alla ratio. A suo sostegno aggiungerei che è però giustificabile premunirsi: il razionalismo non è emotivismo e se quest’ultimo denota una sua intelligenza emotiva, ossia la consapevolezza delle ragioni delle proprie emozioni, la stupidità emotiva è tale quando non si conosce più la differenza tra vero e falso e per tanto questa (priva di spirito), non può sublimare niente, esacerbando solo il proprio io. Il Dadaismo di cui Bachelard sembra non essersi mai accorto, era espressione di un’emotività-critica sì, estremista sì, ma molto meno efficace, meno utile al mondo, del razionalismo Duchampiano o del Musil che sbaglia dicendo che: “l’arte non rappresenta concettualmente ma sensibilmente”. Stiamo parlando di opposti e di congiunzione-contrapposizione tra i due, oppure anche di trascendenza degli opposti? Infatti superando l’arte emotiva, tutti hanno oggi imparato bene la differenza tra modus vivendi e modus operandi e capito perché questa distinzione sta alla base di tutta l’Arte contemporanea: quella concettuale intendo (dunque non l’arte fine a sé stessa). Arte che, è surrazionale perché, esercitando lo spirito critico, non priva di pietas... (la pietas umanista dei profeti di tutti i tempi) supera in spirito la ragione e la logica pensante senza però mai rinnegarle. Spero si veda che qui c’è insito un concetto di spiritualità atea: il non-io, la fede nel sé più vasto. Del modus operandi infatti, ossia della ricetta mediatica pronta - che sarebbe il dogma spesso concettuale e insito di pregiudizi spesso posticci e positivisti, così come lo indica dall’alto una qualunque ideologia - non se ne fa niente proprio più nessuno, superato com’è e molto in fretta, persino dagli studenti di prima liceo, se vivi! Dai dilettanti no, purtroppo! Mi riferisco, non certo a Bachelard, ma ad alcuni artisti, beceri e di provincia, che il nome di Bachelard hanno usurpato e non solo di recente. Questo vale qualche volta anche per certi critici emeriti che, in vena di fare i preti di un qualche seminariato d’artisti, amano talmente tanto l’accademia (di cui vorrebbero una replica tutta loro), che qualche volta da loro viene solo reticenza al nuovo. Vittime del sistema in cui viviamo, fin troppi sono così, solo in cerca di visibilità, attaccarsi a qualunque termine va bene, anche senza sapere cosa voglia dire. Inoltre, per paura, che quel nuovo sia vivente, bisogna (secondo loro) subito fermarlo. Dargli una definizione, prima che faccia danni al conformismo e al pensiero unico cui essi fanno riferimento negando per questo persino il proprio vissuto. Incapaci di discostarsi dal main stream di cui, embedded, reiterano la replica, sono gli idioti belanti, il cui ricettario di riferimento è così ingannevole, da confondere i loro desideri inconsci con la realtà, tanto che emotivo e riduzionista, quel ricettario induce loro solo all’errore. 

Sono i tempi. Successe anche a causa di Picasso, già nel 1907(?) era così: gli accademici dell’Accademie de France videro nell’opera Les Demoiselles D’Avignon (Rua D’Avignon sede di un bordello a Barcellona ) delle prostitute del sud, non diverse da quelle Parigine (forse solo un po’ più “Africane”) presso le quali quegli stessi accademici avevano contratto la sifilide... e tutto questo, mentre come accademici, decretavano moralmente quale doveva essere tra i pittori che in quel momento, dipingevano  ancora un verismo classicista, l’arte che meglio poteva allora rappresentare la Grandeur de la France! Tutti morti, alcuni non di sifilide; solo Picasso è ancora vivo! E così che passano gli anni i conservatori; salvo cercare, senza mai riuscirci, di uccidere il bambino che ucciderà il loro io e i suoi labili sensi. 

Sì, l’egotismo... che nel paradosso della non-dualità, troverebbe guarda caso, proprio la sua morte in culla.

Paolo Navale 1981. Inedito. Estratto riportato nel 2011 in, Lettere Scritte a Mano.