9) - Graziano Salerno: sul Surrazionale. 1985

9) - Graziano Salerno: risoluzione delle nostre categorie mentali. Cosa vuol dire? Il nous surrazionale?

Paolo Navale: … lo abbiamo ampiamente travisato, soprattutto nell'arte concettuale, le leggi della scienza sono le leggi della natura. Dunque, è la stessa scienza che da qualche decennio si sta ponendo proprio questo quesito: cosa ci sarà mai al di sopra, che supera... (sur-), che surclassa, che sta altrove rispetto alla nostra limitata razionalità? Tale domanda se la ponevano (merito al merito) già nel Rinascimento coloro che poterono superare  per primi, il verismo fine a sé stesso adducendo che se tutto è dentro di sé (da cui l’invenzione della prospettiva come rivendicazione del punto di vista dell’osservatore e dunque il valore, non più del dogma imposto dall’alto, ma il punto di vista della persona pensante anche se non esattamente come individuo a sé) ... tutto è dunque dentro al sé supremo, quello che ci sovrasta. Il sé più vasto dell’es? Il sé più vasto dell’esistenza? Il sé sovra-nominale? Si, il sé a-temporale. Il sé come tramite e congiura del non-io. Il sé come superamento del corpo e questo avviene attraverso il proprio vissuto (interiorizzato) e non attraverso l’ideologia imperante imposta dall’alto in maniera subdola e recepita a-criticamente. Io cerco di essere un pensatore libero, altri sono frequentatori di chiese; anche quando la chiesa è il pensiero unico o il proprio egotismo ideologizzato in arrivismo narcisista. Purtroppo l’intelligenza emotiva (e infatti esiste anche una stupidità emotiva), ha dei limiti assodati; per esempio confonde immaginazione, non tanto con rêverie, ma con la fantasticheria. Ora esistono molti artisti che hanno fatto fantasticherie, ossia che la loro immaginazione non ha inventato niente anche quando questo niente è sorretto da grande tecnica. Questa incapacità analitica delle proprie emozioni è anche l’incapacità effettiva del neofita di leggersi dentro, e dunque facilmente, emotivamente, per ogni suo limite, dà la colpa a fattori esteriori perché di fatto egli non ha una propria interiorità (e non è certo veggente) ed è, appunto, preda di ogni possibile fantasticheria. Il surrazionalismo implica invece che (attraverso un salto qualitativo e concettuale, cioè dell’intelletto pensante e analitico, cioè della noesis intesa come intellezione) l’arte, sia appunto qualcosa che coinvolge ragione ed emozione indissolubili. Quando questo avviene, ed è raro, si denota la completezza del tutto; ossia l’anima risolta (risorta?) nella portata universale del sé supremo. Per Aristotele il nous poeitikos sarebbe, credo, la dimensione extracorporea, quella divina ed eterna dell’intelletto che, è talmente sottile da farsi spirito. Spirito che comunque, in ogni suo livello e posa, come dico altrove, sarebbe, anche nella scienza, manifestazione del valore neutro dell’universo. Un tutt’uno armonico, dettato dalla contrapposizione/congiunzione tra gli opposti e questo, a riprova che l’umanesimo, quando scevro da contaminazioni mediatiche, quando sorretto dalla una dimensione surrazionale, rimanda a qualcosa di tacito, d’interiore, a una duplicità perfetta, specchio, specularità, sfera riflettrice, trascendenza, sublimazione, animismo.

L’osservatore non può fare altro che oltrepassare i limiti di sé stesso, non del dogma, o simbolo (che oblitera l’ascendenza), né del riferimento ideologico, di cui è inconsapevolmente vittima. 

Lo stesso dualismo trasceso per esempio, (come dico altrove) del sorriso della Gioconda, è espressione, non la ragione votata al simbolo ma al sovra-sensibile che, lungi dall’esautorare la ragione stessa che lo motiva, riesce a superare l’ordine delle cose dato come proiezione dei nostri sensi e ad andare “oltre”. La Gioconda non è simbolo ma ritratto del surrazionale vivente, la quintessenza al femminile di quella stessa trascendenza del reale, dunque di quella sensibilità che rende universale l’uomo (non solo quello di Vitruvio), ma l’uomo esegetico surrazionale. Trascendente la realtà attraverso l’“opera interiore” finalmente compiuta, come lo è il suo infinito messaggio. La Gioconda, facile da intuire, è il ritratto esegetico dell’anima (e dunque non dell’animus) così come connotata nella polarità risolta di Leonardo e per estensione del mondo a venire: la prima modernità.

Colloqui con Graziano Salerno. Paolo Navale. Londra, Highgate 1985. (Da note sparse).