16) - Scott Beckerman: sul Surrazionale collettivo. 1996

16) - Scott Beckermann. L’anima come l’inconscio collettivo? Esiste anche un raziocinio collettivo?

Paolo Navale: … così come il termine di cui stiamo discutendo neanche l’anima (che non può essere definita) non è né icona, né prassi, né dogma, né virtù paritaria. Non esiste una simmetria interiore (o comunque è molto difficile da attuare) e laddove c’è non è mai del tutto compiuta ma solo insorgente, agognata, se ne sente a tratti il bisogno, ma si è troppo estremisti in tutto perché si possa anche essere coscienti di dover attuare qualcosa in tal senso. Certo l’arte, la vita, la natura, ci aiutano, ma a scapito di soffocare la stessa realtà che gli si prospetta, il simbolismo lavora contro il sensibile e per quanto il sensibile non sia né maschile né femminile, il simbolismo è soltanto un irrigidimento estremo dell’impulso vitale. Tanto più se magnificato da un proposito ideologico che ancora nega il vissuto di ognuno. Il conio di Bachelard è in questo senso illuminante, tra l’altro esprime la crisi della sua intera vita che in nuce è la crisi poliedrica dell’intero suo secolo, che tra positivismo e romanticismo non trovava altro che la propria scissione. L’occidente non è mai stato all’altezza dell’oriente e da qui, lo schiavismo e il colonialismo che ne deriva e che alla fine, hanno portato solo alla miseria per tutti e alle menzogne di cui l’occidente è stato artefice soprattutto di recente: l’impero, la stupida e retrograda volontà, tanto inferiore, di chi ha ancora (duemila anni dopo quello romano)... la pretesa di avere un proprio impero. Crisi che salvo l’ultimo serpeggiante ritorno all’ordine, era di fatto la morte definitiva del verismo classicista e dei suoi valori (l’estetica è infatti spesso etica sublimata) di cui, persino oggi, si vorrebbe  il ritorno. Viene da chiedersi se quando uno non è marxista, ha forse altra scelta che quella imposta di essere liberale? Guardando appunto oltre... sur... sopra, lo stesso Bachelard voleva emancipare e forse scrollare il surrealismo da lui visto come reiterazione delle premesse storiche di cui ho appena detto e che lui stesso confutava(?). Anch’io confuto tutto ciò, e refuto la razionalità ristretta fine a sé stessa ma non la rinnego. Anzi, la logica deduttiva è la base da cui partire. Trascendendo ciò che vede il bulbo oculare, il surrazionale trasla infatti, la percezione dal piano dell’io a quello olistico del sé. Si tenga in mente l'Alfa e l'Omega, e si consideri che il sé è qui inteso essere una dimensione vasta e infinita forse più dello stesso inconscio. Così, come esiste un inconscio collettivo, esiste infatti un sé collettivo che non è né emotivo né razionale. Il termine collettivo qui comprende tutto ciò che ha un’anima; animali, piante, acque, e montagne, gli elementi tutti e tutto ciò che è vivo. Soprattutto, così come esiste l’inconscio, concentricamente a questo, (dunque, una volta trovato lo zero, di là da ogni dualità, e dunque di ogni equazione e simmetria) esiste molto più vasta, anche la sovra-coscienza, che già di per sé sarebbe il surrazionale attuativo, però ancora largamente incompiuto e comunque ancora oscillante tra i due stati: tra inconscio temporale e sovra-conscio a-temporale. Tanto che, il surrazionale compiuto, ossia il valore neutro della nostra mente, lo zero che centrerebbe ogni cosa in sé, sarebbe il connubio tra l’inconscio e la sovra-coscienza. Un connubio armonico, che avviene solo quando le due sfere sono bene integrate. Senza contrasto armonico vi è la piattezza egualitaria, lo zero termico nel quale non vi è vita, se non scialba, ripetitiva e senza alcuna audacia. Però, nello stesso tempo, senza questo connubio tra due opposti si è solo degli estremisti, spesso schizoidi, oppure razzoidi, oppure peggio, vittime comunque malate, la cui petulanza isterica, in uomini e donne, fa del male solo alla propria persona; che è vittima... solo perché ancora largamente incompiuta. Dunque nessun carrierismo. Una persona in carriera potrebbe essere molto “inferiore” rispetto a una persona la cui interiorità compiuta non si vede perché, per tutte le migliori ragioni al mondo è ben nascosta e non si mostrerà mai. Di là da tutto questo, non  c’è garante, non c’è alcuna emancipazione; solo illusioni. Prive di pietas e di senso critico del sacrificio, tali persone sono sempre più egoiche, manca loro il senso della dedizione altruista e non avendo nessuna gratitudine, sono persino invidiose. Invece, se integrate armonicamente, sub-coscienza emotiva e sovra-coscienza razionale (intesa qui come coscienza sovra-razionale) sono tali da creare in noi l’equilibrio necessario alla riscoperta di una consapevolezza, più ampia, più profonda dell’apparenza di superficie che è solo emotiva. Questa ampiezza scaturisce da una sorta di piano rarefatto che la tradizione esoterica non ha trovato di meglio che definire “scintilla divina” (spirituale) sempre rinnovata, esito della propria neutralità mentale, “energie intellective” che deriva della propria impassibilità e distacco ora pressoché totale. Una dimensione che non ha più niente a che vedere con la propria concupiscenza o voluttà o appagamento appunto, superficiale, dei sensi da cui si sono finalmente prese le debite distanze. L’attuazione di quanto enunciato qui, richiede solo attenzione al sensibile infinitesimale. Senza questo, considerando il male minore, vi sarà solo una emancipazione sì, ma molto blanda, pertinente ad uno stato incompiuto da e per e, che nondimeno, non è né simmetrico né equilibrato ma soltanto proporzionale alla scissione tra i due stati di cui si è detto. Questa incompiutezza, farà sempre sì che chiunque dotato di una sua polarità estremizzata (razionale o emotiva), dunque non integrata, vilipendi prima di tutto sé stesso, rimanendo pertanto ancora vittima dei propri estremismi, che sono tanti e che nessuno vuole mai osservare. Nessun equilibrio armonico; senza il quale non è possibile nessuna completezza. Sino a quando s’ignorerà che la dimensione mentale della propria persona ha una ampiezza maggiore di quella asfittica del proprio io? Diventando ipertrofico l’io s’illude impedendo a qualsiasi persona di compiersi in sé stessa. La trascendenza è infatti, solo “cristica” (ossia qualcosa di rarefatto perché esula dal proprio io), mentre l’enucleazione nell’io (il vero ostacolo alla realizzazione di quanto detto sopra) è solo “satanica” ossia solo estrema e le sue recriminazioni sono devote solo al piacere dei sensi. Solo la trascendenza supera e collima armonizzandoli i due opposti... nessuno ha veramente bisogno del proprio io, né delle sue fallacità che sono perlopiù carnali. Inoltre, la sovra-coscienza, che è molto difficile da realizzare, è comunque e sempre, dettata prima di tutto dalla ragione, mentre, facile davvero da subire, (e si è vittime solo di questo) l’inconscio, che è solo sub-razionale è dettato solo dalle emozioni. Infatti la sovra-coscienza è semmai agente cospicuo dell’Animus mentre l’inconscio è veicolo spesso irrazionale dell’Anima. Queste due ampiezze, devono essere in equilibrio tra loro e lo stato armonico tra i due che ne deriva è proprio la dimensione surrazionale di quanto ho quì verificato.  L'io invece è relativo solo a sé stesso e non è mai condivisibile, non ha scambi autentici con nessuno, ma solo illusori. Inoltre, prono all’inconscio mediatico, l’io esautora qualsiasi rivendicazione che possa essa stessa esautorarlo, trascenderlo, emanciparlo. L’emancipazione di chiunque, in senso lato, non può essere che l’emancipazione interiore dal (e non del) proprio io. Così è l’epoca in cui viviamo e alla quale Bachelard ha tentato di dare maggiore ampiezza, forse riuscendoci solo in parte; ma comunque, certo sin qui, il suo tentativo è stato, se non del tutto originale, comunque autentico e soprattutto, cosa più importante, davvero ispirazionale. Tutti siamo un po’ lo “starec” 1 (starets) di una sorta di “avventismo” ateo-redenzionista. Tutti... 

Paolo Navale. A colloquio con Scott Beckermann. San Francisco 1996. (Rivisto nel 2015)