18) - Giannella Esposito: ...il non- del Surrazionale. 1997

 18) - Giannella Esposito: ... il non- del Surrazionale.  

Franco Esposito: sempre a proposito di sizigiale le chiederei se ci possono essere altri termini da suggerire al professor Francis Can, detto El-Cabajero... lui che... lui sì, che li sa scrivere i termini altrui; che ci adopera lui… per la faaaaaama... ah!ah!ah!

Giannella Esposito: no, no, non... (no, no), non, ... sine qua non, non ci sono altri termini da suggerire o meglio verranno suggeriti dal maestro didatta(?), se vorrà; che presto sarà l’avvento (di cui è già stato redatto un calendario) ah!ah!ah!

Paolo Navale: nessun didatta! Mettiamo in atto la mozzarella blu!!!... ah!ah!ah! La mozzarella è in atto! E’ un atto chimico… non alchemico… aha ha ha!

Partendo da una coscienzialità propria, avversa al luogo comune, che è però profondamente basata sul proprio vissuto, e nello stesso tempo svincolata da tutto (come d’altronde, con il suo proclamato stato di “indifferenza”, lo era anche Duchamp e per altro anche Man Ray), il surrazionalismo evolutivo è la negazione del verismo sensuale, “retinico”, nonché dell’emotività appunto patetica della commozione dei sensi, ora trasposti e risolti attraverso il pensiero analitico e introspettivo, dunque contemplativo dunque contemporaneo. L’arte è qui traslata su un piano concettuale alto, il cui debito con l’oriente è riconducibile alla negazione dell’esaltazione ipertrofica dell’io egoico ed individualista di questi ultimi anni (1997ndr), e il peggio deve ancora venire. Così il surrazionalismo evolutivo, prospetta un’arte, la cui compiutezza è proprio la ricerca del non-essere, specchio della dicotomia spirito/ragione che, propria del sé supremo è tale soprattutto perché, come ogni dicotomia è capace di sovvertire gli atout della coscienza, appunto surrazionalizzandola, ossia, amplificandola. Così è anche e soprattutto molta arte che deriva da alcune delle avanguardie del primo novecento. Il cui iter evolutivo, è in primis, influenzato dall’atteggiamento “mentale”, diremmo appunto concettuale, non solo di Duchamp. Una virtù che deriva della sua dichiarata indifferenza (la necessaria impassibilità orientale frutto di un’introspezione contemplativa), che a sua volta porta al distacco emotivo interiore. Uno stato necessario all’osservazione del sé e dell’opera dell’artista, e che a sua volta è già la soglia del “vuoto” mentale che Duchamp affronta solo in parte (vedi la trasparenza del suo Grande Vetro) ancorandosi piuttosto a un atteggiamento analitico, deduttivo-razionale che di trascendente ha solo quanto celato nel mistero enigmatico, ma pur sempre essoterico, delle sue opere. Lo stesso atteggiamento che a soli 24 anni, nel 1911 lo porta a realizzare l’opera intitolata: “Corrente d’Aria (penuma) sul Melo Giapponese” e nei due anni successivi a concepire anche tutto il resto. Da cui grazie a lui, l’avvio anche di Man Ray (proto-surrealista come ben pochi) che, non solo attraverso l’Enigma di Isidore Ducasse, l’opera sua già tardiva (e proprio in virtù del suo celato “essoterismo” laico), è già di per sé espressione dell’antinomia natura-cultura. Un’opera la cui sacralità, ripeto, laica quanto misteriosofica, era già stata decretata, proprio dalla frase a cui Man Ray si ispira per quella sua opera. Scritta da Lautrèamont decenni prima e involontariamente all’origine dell’uso programmatico dell’enigma da parte delle avanguardie e già solo per questo (sia pur ante-litteram)  surrazionale per eccellenza: 

« Beau comme la rencontre fortuite d’un parapluie et d’une machine à coudre sur une table de dissection. »

Una nuova misteriosofia? Certo che no! L’oggetto come pretesto opta per la sua trascendenza, quale è nel surrazionalismo: quella degli opposti. Quali opposti? La polarità irrisolta. La continuità storica alla ricerca delle prerogative del contrasto armonico, che come in noi tutti (come anche in Bachelard), è - almeno in parte - ancora il frutto di una scissione interiore: mancherebbe infatti, il tertium datur che in questo caso non è il principio di non contraddizione o di bivalenza ma qualcosa che trascende entrambe.  

Duchamp: « si vous avez un état d’indifférence envers cet objet alors ça devient un ready-made. L’idée du ready-made c’est de se débarrasser de cette idée du beau et du laid ». Dunque al di là del bene e del male? Cosa c’è? L’oggetto come pretesto opta per la sua trascendenza, ... quale? Quella che non c’è e che bisogna inventarsi perché, possa essere la propria mente a essere trascesa. Tutto ha un senso suo inesplicabile che non è sensibile, non è pertinente ai sensi e dunque lo si percepisce in sé stessi solo surrazionalmente (attraverso l’arte come pretesto o paradosso) ossia attraverso la realizzazione interiore di una dimensione mentale affine al nous paritetico che tutto crea e di cui ovviamente, tutti facciamo integralmente parte. Solo questa è l’Arte, ossia il compimento dell’opera interiore! La continuità storica alla ricerca dell’attuazione del sé trascendente, implica la consapevolezza del contrasto armonico, che però come in tutti noi (come anche in Bachelard) è per forza, almeno in parte ancora irrisolto. Per l’apostasia intrinseca alla sua capacità di rinnegare il rapporto natura-natura (che sino allora era stato quello dominante), insieme a quella di Isidore Ducasse Comte de Lautrèamont, tale frase così come citata sopra, porta in dote con sé, sia pur solo in germe, lo spirito antesignano dell’antinomia natura-cultura che è invece specifica delle avanguardie non solo Dada, e non solo di quegli anni. L’enigma dunque! Sempre duale! L’enigma... persino capace di polarizzare, nobilitandolo, il “fallimento” del tutto umanista (oppure fin troppo umano) per esempio ma non solo di Bachelard che pure (più volte sollecitato e chiamato in causa) era a Parigi proprio negli anni successivi agli eventi citati sopra. Insieme al “fallimento”di Bachelard, insieme alle opere di Duchamp del periodo sino al grande Grande Vetro e insieme all’Enigma di Isidore Ducasse di Man Ray, la frase del conte di Lautrèamont (che è addirittura del 1869), è l’incipit iniziatico per eccellenza, fondante appunto, il surrazionale evolutivo così come  si espleta (postumo) e così come delineato sin dal 1973 sulla scia, appunto delle avanguardie. 

A differenza di Musil, Bachelard non ha potuto aggiungere molto alle avanguardie, se non molto dopo e molto indirettamente. Oggi, attraverso il surrazionalismo evolutivo qui descritto (attinente al valore neutro dell’universo) ritorna anche e soprattutto l’“animismo” di cui, in nuce, per via del suo conflitto interiore, Bachelard era stato capacitato (pur anche senza mai menzionarlo(?) come tale)… indagandolo attraverso, per esempio, la memoria delle acque e la psicanalisi del fuoco... Un fuoco esistenziale, appunto... ontologico...  e non, in lui, purtroppo, mai veramente metafisico. Nello zero (zero psichico, duale e bivalente) avviene l’inversione dei poli, specifica della dicotomia, neutra, interiore. Esemplificazione odierna del superamento di ogni polarità o diade la frase citata sopra, di Isidore Ducasse Conte di Lautrèamont è una contrapposizione enigmatica tra più incognite, ovvero tra più di due termini opposti. Trattasi infatti, di una triade che è poi quella di una condizione esistenziale che si spera, sia capace di risolversi(?) neutralizzando i propri termini e contraddittorietà, appunto per azzeramento. I poli sono duplici nella loro duplicità e dunque, come nella croce, per quanto siano due, sono poi tetraedrici, ossia come a modo suo propone anche Jung, sono ben quattro. Appunto, proprio come avviene in qualsiasi gioco di parole o koan o nella sua più ovvia sincronicità, la cosa doppia (il Rebis) che per un attimo, nell’intento di capacitarci della sua ambiguità o estraneità (che però è la nostra irrisolta) sminuisce l’io, dando atto, come dicevamo a una maggiore amplificazione della coscienza… zero: il valore neutro dell’universo. La coscienza zero, subliminale, attuazione del non-  L’enigma che connota la frase di Lautréamont citata sopra, mostra molto bene quanto sin qui detto sul surrazionalismo attuativo che pone all’origine del tutto (invece dell’Uno di Plotino) appunto, lo zero, inteso come valore neutro dell’universo da cui deriva ogni configurazione (polare) che è insita nei termini irrisolti, scissi e contrapposti che sono congrui alla psiche, dunque propri dell’osservatore, e per deduzione, per comparazione, propri all’energia polare di un evento o particella. 

Credo si possa dire che, nel far della sua storia, tale evoluzione si sviluppa ben prima della classicità che l’ha corrotta. Comunque si autentica poi da sé e via via, verte al suo stesso compimento. Non tanto con la contrapposizione tra gli opposti della diade che in Platone era ancora, fondamentalmente irrisolta (e che Plotino risolve non con il suo concetto di “Uno”) ma, con l’enunciazione “sovrarazionale” di estasi, intesa dallo stesso Plotino, come immedesimazione totale con l’ineffabile, che qui diventa il sé universale liberato dall’io. La stessa disponibilità e apertura totale (la resa di sé è un fatto mistico), dunque in termini diversi la stessa passività enunciata da Duchamp però certo con ben altri propositi; parole e gesti che denotano il suo credo effettivo e sensibile compimento dell’opera (interiore), ragione ultima e ragionata di ogni cosa. L’impassibilità (che tra l’altro è lo strumento principe del gioco degli scacchi), prelude infatti all’arrendevolezza della mente; uno stato neutro, o quasi, il quasi zero della coscienza, in cui ogni intuizione è maggiormente possibile e maggiormente percettibile. Tale imperturbabilità, è la stessa neutralizzazione della coscienza che, volenti o nolenti, si prova di fronte all’enigma dettato da un oggetto trasceso in quanto tale, usato come pretesto e per tal scopo elevato a status nominale; ossia ricettacolo di un fatto estetico-contemplativo. Il che denota un’aurea certo non mistica, forse non spirituale ma animistica nel senso bruniano del termine. Il sur-oggetto bachelardiano che viene molto dopo, è già nell’object trouvè di Mirò, al quale si davano connotazioni “altre” rispetto alla sua portata immediata e retinica e non solo nel senso marangoniano dell’oggetto come pretesto. Tutto ciò era già stato e con molto anticipo, il ready-made così come sin dal 1915 lo conosciamo attraverso Duchamp; ossia che l’anima di ogni cosa ha un suo cogito intellettivo, espressione del logos raziocinante del distacco interiore. 

Ripeto, a parte il sur-object di Bachelard, questi citati sopra, fra tanti altri, sono oggetti già a loro modo, in modo sia pur indiretto e celato, collegati alla tradizione “sapienziale”, che nel modernismo si rinnova nel superamento dell’alchimia, con la modernità, e comunque dando a quest’ultima una nuova ampiezza surrazionale, che non ha sin qui mai avuto. Tali oggetti, la cui destinazione d’uso, la cui visura, il cui scopo precipuo, motivazione e senso ontologico, era quello di neutralizzare la coscienza, e di questa, la sua parte pesante cioè l’io, per interdirlo almeno per un attimo e forse molto di più, dando al tutto un senso metafisico.  Tutto ciò, con lo scopo di evocare, non solo suggerendola, una dimensione ulteriore, eterea, di sovra-coscienza (che con l’alchimia e con il simbolismo non ha quasi più niente a che vedere) e che, in opposizione all’inconscio è tanto cara al surrazionale evolutivo ed è in parte, sovrapponibile a quest’ ultimo. Questa è esattamente una delle innumerevoli accezioni, che già da allora anticipa i tempi a venire, avvicinandosi così al valore neutro dell’universo, tanto che però, lascia un’incompiutezza di fondo, che non è laica ma atea . 

Domanda: senza il Cristo (senza la tradizione profetica umanista e la sua dimensione sovra-coscienziale che accompagna l’umanità dall’origine dei tempi) continuerà ad esserci solo morte, distruzione, inganno e menzogna e l’affermazione sempre più subdola del così detto satanismo che altro non è che  l’estremizzazione dell’io egotico e del suo tempio, perpetuata dai media. Ossia il narcisismo patologico di chi vorrebbe il proprio ego al centro dell’universo. Nonché, con tutto questo, la coercizione delle coscienze a una verità fittizia e inventata ad hoc, manipolata con l’assunto di “verità” storica tipico delle falsità del post moderno. 

Ricordo che per la stessa Arendt, la banalità del male sta tutta nel non sapere più distinguere il vero dal falso: mentre oggi, grazie al post-post di ogni assunto storico, che così si vuole rendere obsoleto, non ci si rende conto di mettere il falso su un piano addirittura più alto e più nobile del vero.  

Delle cose solo emotive, uno dei risvolti è ritrovarsi in uno dei gironi (mentali) della dannazione, a gestire i propri estremismi di cui non si è mai coscienti e che, propri dell’edonismo di massa per cui sono stati creati, equivalgono all’uso smodato della superbia narcisistica di chi vorrebbe ancora un proprio impero, o ciò che resta di questo, la propria misera recita. Infatti notate, chi vorrebbe esaltare il proprio io non può aiutare se stesso e il protagonismo facile, consegna un successo aleatorio, che procura molta frustrazione e conseguente rabbia, che ingestibile, richiede poi per essere elaborata, i suoi capri espiatori, che però sono spesso fin troppo fittizi e sempre mostri che prima di tutto sono interni a sé stessi. Eppure il valore neutro è facile da trovare in sé, ma non può essere meditato, o ricercato, come se fosse fine a sé stesso; occorre riempirlo di qualcosa perché è talmente potente che rischia di neutralizzare il proprio sé e di questo danneggiarne i contenuti suoi, che sono propri al non-io. Tale valore neutro, surrogato di un dio senza nome né identità, alcuni lo riempiono, per esempio con, l’esaltazione di una qualunque idolatria, altri facendo uso di eccessi egotici di ogni sorta, altri semplicemente con l’irrazionalità isterica che non ha basi su cui poggiare. Però che si sappia: il valore neutro dell’universo che è l’energia del vuoto, guarisce da tutto ciò e anche da tutto il resto, ma certamente non è prerogativa da usare fine a sé stessa. Usarlo in quanto tale è difficile. Anzi, se ne guardi bene chiunque: il valore neutro dell’uni-verso è qualcosa da trovare in sé e da coltivare segretamente e nel silenzio più dotato, lontano dai fasti dell’io che poi sono quelli del triviale mondano. Il valore neutro dell’universo è l’epitome del surrazionalismo evolutivo ed è meglio di qualsiasi oro alchemico, figurato o meno, è meglio di qualsiasi idolatria. Il problema è che tale valore, potrebbe facilmente diventare la sfera riflettrice del proprio egotismo ipertrofico e carnale e delle passioni smodate che, tale valore, riescono a offuscare completamente. 

Potente ma impercettibile, il valore neutro dell’universo è qualcosa che presuppone la trascendenza degli opposti, che abbiamo gradualmente visto essere più di due, da ora demandati ad un tertium datur: il valore neutro a-temporale, che ipso facto, non solo in noi, determina ogni qualità e dunque proprio in tutto. In qualche modo, ciò che nel tempo si avvera in noi, è ciò che noi abbiamo lungamente proiettato sul “canovaccio” del valore neutro dell’universo, che in noi abbiamo trasmutato inquinandolo con qualche deiezione del nostro egotismo ed eccesso. Una proiezione che col tempo sarà esaltata, dicevo, per sublimazione inconscia invece che surrazionale. Il surrazionale è la dimensione più ampia della coscienza ed è comandato dalla ragione, mentre l’inconscio è principalmente sede dalle emozioni... appunto principalmente inconsce. La sublimazione di tutto ciò è quella infinitesimale, dell’energia relativa al super sottile, di cui nessuno ha mai, definitivamente, vera maestria. Meglio proiettare un “dio” portentoso e luminoso dunque, invece che, si fa per dire ... lasciare che qualunque nostro idolo sia triste, ingannevole, violento e sconsolato, e pertanto egoico? A ognuno l’arbitrio che gli si confà e che ognuno crede di poter chiamare destino. Invece è ogni nostra particolare proiezione che fa la nostra personalità e che modella la dicotomia animus/anima attraverso la quale crediamo di poter scegliere ma che sarebbe invece risolta solo nella sua trascendenza. Tale trascendenza, ovverossia tale “dio”, non ha nessun tempio (l’unico tempio sarebbe semmai quello surrazionale), ma come ogni dicotomia, quel “dio” sarebbe principalmente solo dentro di noi. Tale dunque la fede? 

Diversa semmai l’aberrazione del pensiero positivo (che domina colpevolizzando) e che siccome è una maschera del puritanesimo crasso, può forse ingannare tutti con il politically correct, ma avendo bisogno di ridurre l’ampiezza del pensiero umano a una polarità solo bianco o nero non avrà mai la ricchezza del super sottile. Invece, di là dai pregiudizi anche positivi della nostra patetica ignoranza, si dovrebbe sapere molto bene, che come quella della vita, la funzione dell’arte, ossia la realizzazione dell’opera interiore è soprattutto o forse solo catartica. Ossia: se è il positivo che crea il negativo, per contro è il negativo che crea il positivo. D’altronde nello zero, vi è l’inversione dei poli e per annichilimento degli opposti, la radiazione luminosa. Così l’Oriente, così l’Occidente; coscienza del vuoto, ... oppure, brama del pieno? Eppure, tutto questo richiede ancora alcune conferme. Per esempio cosa è esattamente lo stato sovra-coscienziale (di cui non solo Plotino) che qui prende il nome di surrazionalismo? Una condizione psico/fisica che come in ogni dualità e bipartizione, anche nel binomio materia/energia è prerogativa del super sottile? Per esempio se fosse minimamente vero che il cromosoma x determina l’emotività e che il cromosoma y determini la razionalità, allora dovremmo tutti (e tutte) farci ulteriori domande. Per raggiungere la dimensione sovra-coscie-nziale intesa qui, che è dinamicamente contrapposta ma superiore all’inconscio, il logos non può essere peculiarità di un’emotività sur-emotiva, e infatti, non lo è mai stato; lo sta diventando solo in questa epoca mediatica, così decadente. 

Dunque, eccezione a-simmetrica: qualsiasi estremismo porta all’irrazionalità; e dunque diciamo no al razionalismo estremo, non sorretto dall’emotività, e no all’emotività (ancestrale?) estrema non sorretta dalla ragione. Ancora peggio, no al sur-emotivismo, che sarebbe la dimensione inconscia dell’essere non ancora compiuto e che se fine a sé stessa sarebbe solo decadente. Dunque, mentre la ragione estrema può ancora sostenere l’emotività ed equilibrarla, quest’ultima estremizzata non può sostenere la ragione anzi, ne sconvolge negativamente le regole, e questo è l’unico strumento che ha per determinarsi in quanto tale: il vero = al falso. 

Dio (posto che esista) è ragione e la deità, ossia lo stato divino in divenire (leggi la natura) è forse la ricerca della ragione? Ora come già postulò qualcuno: “è meglio la verità o la tensione verso la verità”? Anche questa tensione, che è energia intellettiva, è il surrazionale. Parafrasando: sarebbe meglio la ragione o la ricerca della ragione? D’altra parte, il rebis, che non ha mai avuto niente di predominante perché deve sempre fare i conti con il proprio contrapposto vitale e dinamico, ma anche etico e morale, deve anche sottostare alla dialettica della consapevolezza e, nel mondo, di base, ci sono sostanzialmente solo due atteggiamenti, due forme di pensiero, due “religioni”, due spiritualità del tutto contrapposte, due modi di porsi di fronte agli altri e a sé stessi. Il primo vorrebbe salvare il mondo sacrificando l’io (sacrificando sé stessi). Mentre il secondo vorrebbe salvare l’io (salvare sé stessi) sacrificando il mondo. Ora tutti sacrificano molto di sé stessi, sia per il mondo, per la società, per gli altri... per l’umanità intera e per il suo divenire. Un’immensa lezione di vita, senza la quale si rimane bisbetici, privi di gioia, recriminatori e puerili e soprattutto, incapaci di apporre una qualche onesta postilla critica, a sé stessi e al sistema! L’ipocrisia, questo vada detto, è però la causa prima di ogni depressione e demotivazione, da cui poi consegue tutto il resto. Aggiungo che è sempre una triade che scatena un evento psichico, ma una diade (così come la fondazione del paradigma dato da questo testo) sarebbe già sufficiente. Un evento invece tetraedrico (se non connaturato, se non metabolizzato con risorse adiacenti) se può eventualmente portare alla dimensione del “divino” (una forma estatica che trascende interamente la persona) può anche facilmente portare alla “follia”, una forma depressiva che si enuclea nella persona. Per ottemperare a quanto sopra, occorre superare ogni dualità, e contrapporre dialetticamente due estremi in modo che nessuno dei due si estremizzi annullando del tutto l’altro. Solo l’emotività sur-emotiva è sempre estrema tanto da dare spesso segni di protervia convulsa ed irrazionale, fin troppo spesso invisibile così come è invisibile la sua tracciabilità e l’influenza che ha avuto in un dato contesto. Così anche l’estrema razionalità, sarebbe motivo di molte forme di rigidità alla quale però, purtroppo, qualche volta si è costretti come ad un ancoraggio forzato. Invece la ragione equilibrata, non è mai fine a se stessa e contrapposta all’emozione non è mai estrema perché può scegliere di trascendere sé stessa, la persona in causa e il suo rapporto con il mondo. 

Date le migliori condizioni, l’analisi razionale può certamente superare le proprie contingenze e prerogative ben di là da quelle dell’io psicotico ed irrazionale, commiserevole ed egotico, perché essendo privo di spirito è portato ad essere rigidamente materialista e dunque, al di là delle complessità che sono tante, facilmente riduzionista. Pur anche soltanto nel suo assunto apologetico, quando si tratta di rivendicare la propria gloria, l’eroe, anche quello di oggi, mediatico, che comunque fa invidia a chi non ha nessun epos…  sa, e lo sa contestualmente e nello specifico, che si è vittime solo del proprio compiaciuto indottrinamento recriminatorio, ossia quello di chi non esce mai dal proprio intimismo auto-commiserevole, acerbo e puerile. Per spiegare meglio quanto sopra, devo dire che già dal 1973 con i rituali dell’Argia (così come da me allora sperimentati in Trexenta), il surrazionale ha avuto il suo raffronto esemplificativo più grande, in un fatto antropologico, preciso: il trance esegetico. Uno stato sovra-coscienziale, da me allora definito sovra-razionale, o sovra-coscenziale, perché sorpassa non solo la ragione ma i sensi. Tale mia concezione, poi definita surrazionale, inizia, però ben prima di tutto questo e deriva quasi interamente, dai riti d’incubazione della tradizione sapienziale nuragico/mediterranea, in cui l’iniziando (l’eroe posto di fronte alla “soglia”) in uno stato indotto di catalessi, di quasi morte, perdeva appunto il proprio io, ritrovando al suo posto il sé supremo. Ecco; senza il sé supremo l’io diventa centrato sempre più su sé stesso e dunque sempre più vittimistico dunque impostore. Altro che rêverie. Il sé non è pensiero di pensiero come nell’accezione Platonica, ma coscienza di coscienza, appunto, come forse fu in Plotino(?) e come è oggi nel surrazionale evolutivo: sovra-coscienza, coscienza coscienziale. Sempre del non-io si tratta e della sua vocazione al non-essere. Un non attuativo, spirito coscienziale inteso come il super-sottile. Ora indagato come ragione (e indagabile dalla ragione) equiparabile non a ciò che alcuni chiamano divinità, ma a una dimensione interiore di trascendenza. Un’osservanza antitetica, congiuntamente emotiva e razionale. Valore taumaturgico quest’ultimo, del rapporto animus-anima, insito in ogni essere vivente e la cui prominenza è capace, già solo con il rigore mentale, di disciplinare l’auspicabile equilibrio armonico che risolverebbe interamente (da cui il processo di individuazione (identificazione) Junghiano) tale dicotomia. Tutto ciò, avviene ben prima che questa dimensione (frutto sempre auspicabile ma troppo spesso irrisolto della propria polarità interiore) decada in emotività patetica e bisogno compulsivo di una qualche commozione sentimentalistica dettata dalla sur-emoti-vità che ottunde la ragione attraverso il vittimismo da una parte e un’aleatoria e compensatoria ricerca dell’abietta fama dall’altra.  

Compiutezza del non- (del non-io) ascendenza suprema del primo yetzirah, preludio necessario al non-essere, che in forme diverse è uno stato reperibile in tutte le culture animiste, la cui interpolazione è nella mia ricerca, accezione critico-comparativa della ragione, e questo lo ripeto sin dal 1973, anno in cui attraverso il dualismo induista e poi taoista, il surrazionalismo evolutivo assume i suoi contorni descrittivi poi via via delineati come ho detto. Questo in un contesto occidentale, a iniziare dall’analisi dell’opera di Jung e poi con gli scritti comparativi tra fisica quantistica, tradizione ermetica e coscienza di nuovo il ritorno alle filosofie, quelle orientali, che sia pur in sostanza rinnegate, ma comunque usate sottobanco, erano tanto agognate, dalle avanguardie del primo 900, ma solo tacitamente. 

Fu così che tali contorni del surrazionale ultimo evolutivo, trovarono poi conforto nel verbo di pressoché tutti i Dadaisti, quando dopo il ‘21, si ritirarono a vita privata, lontani dall’apparire (lontano dal mondo per una più profonda ricerca interiore) coltivando appunto, una dimensione tacita spirituale, in cui l’influenza delle filosofie orientali era il vessillo (l’arca come in questo testo) da cui contemplare l’occidente al suo tramonto. Influenza letargica, ma non solo, che sino allora era rinnegata dai propositi di molti, per via dello Zeitgeist che allora rinnegava le influenze esterne, valorizzando al loro posto la prosopopea dell’imperialismo Occidentale, che già nell’ottocento era e rimane così ancora oggi, orfano di un Dio morente che, simbolico, lo dico da ateo, ancora non lascia posto al proprio nascituro.  

Dunque fallacità di un’intera epoca ancora fortemente incagliata nei valori dell’oscurantismo positivista, quanto sopra è stato eluso non solo dalle avanguardie, che come poi fece anche Bachelard (e lo dimostra appieno), volevano trovare una loro via occidentale e personalistica al non- di matrice orientale,  e non necessariamente al non-io considerato pericolosamente troppo vicino ai principii cristiani di condivisione e dal risvolto politico e sociale in cui questi valori, possono ancora oggi istantaneamente tradursi. Proprio attraverso l’estetica ma non solo, si cercava infatti una terza via che (poi divenuta niente di meglio che il liberalismo) di là dei profeti umanisti (e dunque senza l’attuazione dei valori dell’umanismo cristiano indirettamente rinnegati), non fosse una via egotica e dedita alla sopraffazione, come poi invece dimostrò e continua a essere l’alterigia e vanagloria occidentale. Una via di cui la cristianità è latore ed emblema rinnegato, una via che però proprio attraverso l’oriente, porta dritta all’animismo universale che colmerebbe per l’appunto l’omissione, insita nella biografia di molti pensatori e profeti dell’antichità, che per diversi anni si recarono spesso segretamente in Oriente traendone di conseguenza pregio, saggezza comparativa e soprattutto, visto che il percorso era anzi tutto iniziatico/spirituale, virtù filosofico-critiche sorrette da ciò che sempre dovrebbe sorreggere lo spirito (anche quello estetico): la razionalità comparativa. Di tutto questo rischiava di fare apologia Dada se avesse avuto un suo divenire critico, che però fu subito impedito, interrotto (da chi?) e prontamente rinnegato, al di là dal labile manifesto del surrealismo che sino ad oggi, ha demarcato uno status di incoerenza che, minore, revoca comunque, quanto storicamente seminato dal basso: ossia dal dadaismo da sempre in debito con il futurismo. 

Di fatto, però, considerando la duplicità quasi sempre irrisolta della polarizzazione interiore di qualsiasi persona, devo dire che anche l’arte è spesso una polarizzazione irrisolta e ancor più spesso un enigma (che apre la coscienza) e non la soluzione di un enigma (che chiude ogni consapevolezza riducendone la portata ad una risposta). L’arte non è mai la rappresentazione di qualcosa ma è la cosa in sé, una polarizzazione forse irrisolta, ma non l’imitazione di un fatto esteriore. Dunque l’oggetto rappresentato è solo un pretesto per trascenderlo in quanto risolto in sé a “invocare” quel sé supremo di cui dice il surrazionale. Non è però detto che nobilitando l’enigma di una qualche contrapposizione tra gli opposti, si possa sdoganare come surrazionalismo evolutivo tutto ciò che è emblema, parabola o calembour ermetico. Ovvero il surrazionale non si trova in un giornaletto enigmistico. L’arte come rappresentazione fine a se stessa rischia di essere solo una patetica sciarade; a differenza di Dada, il surrazionalismo evolutivo, non è primitivista ma primatista e dunque per “enigma” intende una polarizzazione intellettiva (alta), trascesa, visibile in tutto ciò che si contrappone e nello stesso tempo si armonizza come ultra sottile, di lettura anche essoterica. Una lettura di cui, per ovvi motivi non parlerò. Devo invece dire che nell’arte come specchio della propria interiorità ir/risolta, il surrazionale (ma così anche la scienza a venire) verte al vuoto supremo, quel vuoto staminale capace di guarire ogni trauma e scompenso, valore neutro dello zero esegetico, la cui assonanza (speculare e quasi simmetrica), la cui adiacenza, la cui dimensione sovra-coscienziale, è tale che si prospetta come risolutiva non solo in noi ma anche in natura, come per esempio lo si denota anche in una particella.

Qualsiasi non (come l’equivalente anti- per esempio in anti-materia), denota sempre la faglia, duale e dunque polare e simmetrica, dunque enigmatica, del non-essere ancora non compiuto. Ci sono troppi non sulla via di Damasco e come prova Bachelard (senza mai però pervenirci), il non-essere è uno degli attributi più nascosti del rigore e della semplicità primaria a cui ambivano per esempio gli stoici, gli umanisti e in senso più stretto, i profeti. A proposito di questi ultimi, e della loro beatitudine morale (celeste?) e dunque della santità, priva di io intesa come si evince per esempio anche nella cabala, come coscienza sapienziale, devo dire che il non-essere è epitome di ogni ricerca interiore e di ogni risurrezione, da cui deriva il nume autarchico del nascituro, una icona da me più volte configurata come il bambino misuratore, strumento razionale del tanto auspicata risveglio di un Occidente ormai del tutto decaduto. Il neo-nato è l’entità ancora non delineata, conforme alla sua natura non dicotomica, tale quando questa non è ancora scissa cioè quando non è ancora sessualmente differenziata. 

Dunque non l’androgino né tanto meno l’omosessuale.  Lo stato pre-natale, è l’aplomb psichico di ogni cosa risolta nel suo opposto, lo stato sovra-coscienziale (coscienza di coscienza, dunque surrazionale), che erroneamente o solo intuitivamente gli alchimisti elaboravano in “oro”, termine simbolico da mettere tra virgolette e con cui arcaicamente descrivere uno stato “alto” molto raffinato. Termine che ha una sua connotazione psichica il cui contrapposto è il “piombo”, metaforico e allusivo anche questo. Termini alchemici questi che così poco o niente hanno a che vedere con lo stato di coscienza iniziatico dello zero neutro coscienziale (pre-natale) che manca quasi del tutto anche nell’Uno di Plotino e nella descrizione del suo stato sovra-coscienziale a cui vorrei fare riferimento. 

Finita con il Messia l’apoteosi del percorso alchemico sapienziale (iniziata nell’antico Egitto ma la cui deriva si protrae attiva sino al rinascimento), il non-essere che non è un fatto prettamente alchemico, è lo stato di neutralità dell’io, (per io oggi in scienza si potrebbe intendere qualunque oggetto relativo a sé stesso) che, al di là del bene e del male, al di là del positivo e del negativo, è equiparabile allo stato di veggenza coscienziale, coscienza ipnotico-intuitiva, equiparabile a sua volta alla impassibilità di cui diceva Duchamp usando il termine (orientale anche quello) di imperturbabilità - ossia di attinenza con l’imperscrutabile - inteso soprattutto come distacco dalle passioni e dalle schiavitù dei sensi. Tutto ciò sottende una delle mille forme di “santità”, in questo caso atea, che essendo trascendente verte comunque al sacro e lo esprime celandolo (restituendocelo) come enigma. Ossia come verità appena suggerita oppure come parziale verità, che, di fatto, trapela da tutto ciò che nell’arte è eccellenza la quale rinnega ogni mediocrità.2 

Oltre alla rottura sistemica, storica (epistemica?), rupture come breakthrough del pensiero, si capisce molto bene che proprio attraverso l’enigma (che si propone come fosse un koan: un gioco di parole che apre la coscienza da un’altra dimensione) le opere citate sopra, determinano almeno per un attimo, in modo forse troppo sottile, un arresto inteso come interdizione spesso non solo momentanea della coscienza che, scompare così trovando al posto dei propri limiti una ampiezza non egotica che fa paura perché è incommensurabile. Infatti proprio così, la coscienza, dunque la persona, viene così dischiusa al non comune, al non ordinario, al non scontato, al non banale, disgregando così il prontuario di conforto che - nei nostri drammi per l’appunto irrisolti - tanto ci consola ma solo come riferimento patetico/emotivo, e non certo sovra-coscienziale. Quest’ultimo, spesso eluso, sarebbe invece determinante, per il nostro sviluppo, sin da prima della nascita. 

Così, il surrazionale evolutivo palesa in forme diverse tutti i propositi che aveva avuto Dada ai suoi esordi, ma equilibrandoli nel senso duchampiano, che era quello di indurre all’arte il solo significato che ha sempre avuto: un processo di attuazione interiore all’osservatore stesso e di quest’ultimo all’opera sua, relativa ad uno stato sempre suo psichico e mentale, uno stato, altrove detto, per intenderci, di “illuminazione”. Un’opera diremo qui, “al neutro”3 che il processo surrazionale, di attuazione degli opposti appunto postula. Questo stato interiore è la sola cosa che vi è di surrazionale che si ottiene con un assunto d’imparzialità e distacco dalle emozioni le più puerili dell’osservatore stesso, che finalmente dà priorità non più allo sguardo sull’opera esteriore da lui contemplata, ma “usa”quest’ultima come specchio del proprio sguardo interiore, come specchio per guardare attraverso il mondo ciò che egli invece, vede dentro di sé.  L’ambito di questo sguardo è quello del surrazionale attuativo. Eppure c’è da aggiungere che, negando l’apporto dell’Oriente, le avanguardie, diremo così “concettuali”, nascevano già come ricettacolo di una confessione volontariamente estremista e dunque incapace di trovare un qualche equilibrio in sé (fondante il proprio sé), risultante di un procedimento, di un proposito catartico aderente all’accettazione non egoica del proprio sé. Ossia al di là dell’egotismo narcisista così glorificato da questa dannata epoca, occorre invece essere capaci di annullarsi promulgandosi e viceversa di promulgarsi annullandosi. Questo è possibile solo con l’integrazione dell’ombra, come in Jung ed altri, intesa come l’altro in noi stessi, afferente la dimensione metempsichica del surrazionale. Il maschile nel femminile ed il femminile nel maschile. 

Dunque evitare gli estremismi. Dunque, latore di un corto circuito, sì dettato da un gioco di parole che si presenta come doppio e paradossale, ma che è spia e mentore dei termini contrapposti di qualsiasi dicotomia esistenziale (la cui risoluzione è possibile solo grazie ad una qual si voglia trascendenza) l’arte, la coscienza coscienziale è nostro riflesso di mancata retroflessione, ma nel contempo espressione in noi del sé supremo. 

Se Dada fallisce, non è tanto per il proprio intento, ma per le limitatezze imposte al proprio potenziale e divenire, e questo succede proprio per questa sua intrinseca insufficienza direi, quasi epistemologica dei limiti suoi insoluti nel leggere la storia. Se solo fosse stato un po’ più sottile! Eppure come diventarlo se, com’è vero per tutta quell’epoca, si vogliono soprattutto rinnegare le proprie fonti, con un reso conto solo formale ?! Nel caso di Dada l’episteme; infatti il modo conoscitivo, ossia il portamento sia pur sperimentale è tale che sin dagli inizi non si tiene su da sé. Cosa fare? Se non l’imponderabile, l’ombelico, il nombrilisme… razionalizzare, oppure implodere su sé stessi? 

Se non ti aspetti l’imprevisto”, diceva Eraclito “non lo scoprirai, sfuggente e improbabile com’è”... 

Con la stessa predilezione, mai troppo voluta, per il calembour enigmatico, usato come viatico per certi aspetti equiparabile al koan orientale, l’intento del surrazionalismo evolutivo è sempre quello di spezzare (da cui il termine breakthrough) la coscienza egoico-sensuale dell’io che, sia pur ipertrofico, è oggi così acquiescente e remissivo, da essere ormai divenuto plagio dei bourgeois di ieri. Middle class, dunque così miseramente pedante, convenzionale e vittimista, il cui conformismo main stream, è tale da essere voluto e creato dal sistema, e dunque tale da essere solo ordinario e mediocre vittima della propria voluttà e sensi. Nessuna postilla a latere, nessuna originalità rispetto a quanto servirebbe al divenire, solerte, ma non troppo sottile della storia, che infatti non si evolve più (delegando alla tecnologia il compito di farlo). Questa la nostra condizione, che non essendo più sostenuta dal libero sentire, è divenuta frigida e come il puritanesimo ideologizzato che la contraddistingue e la costringe, è oggi divenuta fin troppo retrograda. Quanto ci si può evolvere in quanto “civiltà” senza iniziare a decadere e ad essere ridicoli? Oltre un certo limite, solo l’individuo può evolversi, semmai rompendo tutto, la società potrà seguire. Il politically correct rinnega la vita e il fatto che di questa, solo le sue contraddizioni sono davvero vitali, il resto è turlupinare lo sprovveduto. Non esiste una persona che non sia al contempo sia positiva che negativa, non è possibile. Tanto che è solo la dicotomia intrinseca agli esseri e alle cose che incita dinamicamente al divenire e alla capacità acuta del sentire.  

Di ogni cosa (o intento) è proprio l’enigma sottostante che in noi si risolve attraverso il superamento della dualità a-temporale che verte al non-essere. Infatti, attraverso la necessità di rupture del senso, proprio dal non-senso, di cui le opere (non unicamente quelle) citate sopra sono costante riferimento, traspare appunto, non un’estetica, ma una consapevolezza adiacente al vuoto mentale: la coscienza-zero. Soglia che non è espressione dell’io, ma è già il sé supremo, che nel surrazionalismo evolutivo è al di là di ciò che Plotino equiparava all’Uno. Qui inteso anche come anima mundi, o mater magistris, il sé connaturato al non-io sta in noi, come anche nell’opera come trascrizione non-ideologizzata della natura (critica), e dunque (senza dividere gli esseri secondo il sesso che portano tra le gambe) connotazione del femminile apologetico ossia dell’anima mundi che è in noi tutti. 

Comunque, trasposizione indiretta al sé supremo dunque al logos; ossia all’unica bellezza (l’unica salvezza) che, è propria alla coscienza del tutto, da cui il “bello”, inteso come ragionamento estetico - quando vitale e non pleonastico - traspare originale perché coscienziale, animista, surrazionale, ossia “energie intellective” che è frutto del connubio tra... e del superamento degli... opposti. 

Così per realizzare questa dimensione prossima alla “rivelazione”, la realizzazione del vuoto interiore si avvale, spesso, dell’evento imprevedibile (appunto il breakthrough) che sia pur qualche volta solo onirico, spesso a-morale (cioè vivo) è anche tale da spezzare quel banale ordinario da cui non si determina altro eccesso se non la stasi rispetto ai propri propositi acquisiti, la consuetudine comune e abitudinaria, oggi sempre più senza più ritegno! Esattamente come si denota in Bachelard: attraverso questa rottura risolta o meno, traspare in alcune sue forme la canonizzazione laica del sacro, e di questo la santità atea di cui si è detto essere espediente di una consapevolezza trascesa, veggente, surrazionale. Devo aggiungere che un po’ come nel koan, anche nel Rebis alchemico, (il doppio enigmatico, epitome sin dagli inizi del surrazionale evolutivo) ciò che conta, non è la logica ristretta fine a sé stessa, quella di cui l’io si avvale per perpetuare sé stesso, quella facilmente deducibile dai presupposti scontati ed elementari perché attesi, troppo semplicistici ed egoici perché banali... ma è invece l’inatteso, il mistero che scuote la ragione sottostante e forma in noi enigmatico ed irrisolto perché irrisolvibile, l’enigma non ancora codificato, dunque non ideologico, né tanto meno restrittivo perché ancora egolatra del nostro individualismo egotico.  

L’inaspettato: un modus tipico non solo di Dada, che proprio in questo senso ma solo come incipit, determina davvero tutto, rimanendo però, nonostante i buoni propositi spesso (forse per troppa devozione alla forma) ancora classicheggiante ma solo negli intenti petit-bourgeois, perché fin troppo comodamente e a-criticamente occidentali. 

Il non ovvio invece, condiviso con, e che emana dal mistero, è l’azzeramento delle nostre facoltà e categorie mentali, ed è dunque il limite del nostro azzeramento coscienziale. Limite come adiacenza, che richiede audacia. Tutto ciò ha bisogno dell’enigma che irrisolto, si contrappone alla consuetudine e all’abitudinarietà, spezzando così lo status quo. 

Senza l’enigma, che è comunque e sempre un fatto critico, dunque per mancanza di coraggio o di propositi alti (traslati), sopravviene la banalità saccente del riferimento spesso indotto dai media che calpesta il proprio vissuto ma è lodevolmente imposto dal proprio manuale inconscio di riferimento ideologico calato dall’alto. 

L’enigma è risultante di una polarità che, dinamica perché sempre irrisolta, non è invece mai il prontuario a-critico, il ricettario facile da applicare, la pappardella alla lettera. L’enigma è un amplificatore della coscienza sino a quando rimane irrisolto, non è mai un amusement a-critico, non è mai un rebus da risolvere, non è mai l’accezione di una pratica malsana acquisita dalla stoltezza mediatica dunque, puerile e ordinaria perché intellettualmente mediocre. 

Tutto è sempre irrisolto e tutto è incipit vitale della propria contraddittorietà, tale da essere spesso così vitale da creare la propria (o forse la sola) plus valenza. 

Vedi il principio d’indeterminazione di Heisenberg4 (visibile anche nella vibrazione intrinseca ad un diamante) in cui è sottinteso che qualsiasi polarità è vitale solo sin quando rimane irrisolta, ossia in stato di non equilibrio. Se questo equilibrio fosse mai raggiunto, aggiungo io, tale polarità, dunque l’oggetto che ne è il veicolo, inizia subito a decadere. Tanto che, se venisse fissata con un qualsiasi precetto o encomio, l’oggetto di cui la polarità in questione, non esisterebbe più in quanto tale, ma solo come frammento della sua compiutezza e complementarietà col tutto. Soltanto questa polarità irrisolta trascende ciò che pensiamo sia il nostro reale, e questo sino a determinarne il significato “altro”, che sorpassa la razionalità senza mai rinnegarla, questa ultima troppo spesso limitata alla ristrettezza logico-deduttiva e auto-induttiva della nostra mente e dell’ideologia che determina la società in cui viviamo e il pensiero unico senza diatriba, a cui questa epoca storica nella sua ristrettezza ci ha oppresso. 

Purtroppo, salvo alcune opere, il surrealismo ha spesso dato atto a troppo irrazionalismo per esser stato, salvo rari casi, surrazionale. Semmai in questo senso è stato fin troppo surrettizio. Facile esserlo quando si parla del bello in modo solo emotivo e trasognante, senza spirito critico né cultura della ragione: proprio ciò che vuole il sistema! Fosse sopravvissuto alla volontà dell’impero, Dada, divenuto critico, sarebbe oggi stato il surrazionale evolutivo che ne consegue. Ossia, la contraddizione in termini (termini non solo estetici ma di concetto e di contenuto) che risolve sé stessa attraverso la rottura intrinseca (epistemologica) dei propri contenuti e che è poi di fatto una rivendicazione razionale. 

Tutta l’epoca in questione era (sottobanco) influenzata dalle filosofie orientali (così come lo erano stati Jung e la Parigi di inizio secolo, un secolo iniziatico). Non dimentichiamo però che già nel 243 persino Plotino (non certo l’unico) cercò di entrare in contatto con i sapienti di Persia e India, unendosi a una spedizione contro i Parti, anche se questa poi fallì. Molti altri però vi riuscirono e non certo ultimo il Cristo, e pare... per quattro lunghi anni, di cui non si sa niente.  

Abortita dal surrealismo, la genesi di Dada, nasce in questo antichissimo solco già nel (1915?) 1916 quando tutto ciò che ho vagamente accennato sopra si era già ampiamente, ma non ancora definitivamente compiuto. Proprio nel 1921 Dada muore ma la data è fin troppo catartica perché sia soltanto un caso. Infatti, Musil (che non ignorava Jung) espone la sua idea di surrazionalismo dal quale questo mio, corrente, evolutivo, si discosta ma non troppo. 

Di fatto, dopo una sua dovuta gestatio, proprio dal termine coniato da Musil; nel gennaio del 1922 - e credo che, i due eventi siano strettamente correlati - nasce il surrealismo. Breton si separa dai dadaisti (troppo contradditori e insolenti per non rischiare, nel loro procedere naturale di avere subito il bisogno di razionalizzare tutto, politicizzando il loro decorso) e Tzara prendendone atto, decreta la morte di Dada, la cui eredità rimane comunque enorme, tanto che via via, muore il classicismo imperante verso il quale Dada era ostile  e vera ragione di questo ultimo. 

Il surrealismo che del classicismo è infatti l’ultima autentica e irrazionale deriva è già da allora un tentativo di salvare l’Occidente da sé stesso, ossia dalla propria storia recente... non solo neo-classica ma in quel senso schiavista e colonialista. Dada no, sino ad allora, era stato epitome tautologica dell’Impero, ora scardinato proprio con i riferimenti non più (come nell’ottocento) al mito fondante la sua prosopopea, ma (ad eccezione di Duchamp ed in genere del surrealismo) a culture “altre”, e dicevo, alte, di un altrove che non di meno era, già da molto tempo addietro, quello dei primi esploratori già tristemente colonialista, e questo, con la decadenza e la censura che da tale tracollo della storia deriva. Un occidente ancora classicista (che vuol dire a-critico) sino ad allora imperante e divenuto ormai, appunto, con un ultimo battito d’ali sue, ... surreale! 

In senso lato, il calembour avrebbe anche una funzione che altrove si direbbe apotropaica, almeno nel gesto inteso come catartico o risolutivo, ma con Dada siamo solo in ambito strettamente urbano... e gli spiriti lì, per quanto evocati in alcune opere (troppe? Vedi anche gli arazzi di lana di Sophie Taueber-Arp) proprio non persistono mai troppo e subito diventano brutte maschere, folkloriche o peggio: bambolette tutte colorate e già nate col belletto. Infatti, “il sonno della ragione” diceva Goya, “produce mostri”. Ossia, ciò che il sonno della ragione produce, è un estremismo emotivo-irrazionale, non però senza un valore proprio, per lo più solo onirico… (la peggiore rêverie?) a motivare un’estetica, in parte quella Dada, ma più ancora quella Surrealista che, autoreferenziale, non si regge a lungo sui suoi stessi propositi irrazionali. Sarà proprio questa la sua funzione? Rinnegare la ragione per dare ragione alla mediocrità de potere? L’autarchia a-critica, avrebbe voluto essere egemonica… ma è però subito consapevole che non potrà durare nel tempo?. Per chiarire quanto detto si ricorda che il libro di Freud, l’Interpretazione dei Sogni, fu pubblicato già nel 1899. Decenni dopo il surrealismo fu incapace, salvo casi  rari di ibridazione - tra i quali vedi Picabia - di formarsi una coscienza critica sociale. Infatti anche se Breton fece parte del partito comunista (da cui però fu in seguito radiato) molti sembrano ancora oggi supporre che, nello stesso credo insito nel surrealismo e forse anche “tra le righe” manifesto, ci sia scritto che, il surrealismo non dovrebbe farsi carico dei problemi del mondo. Il che rinforza l’idiozia che gli artisti debbano essere a-critici. Dada era al margine ma era critico nei confronti del mondo e per questo fu soppresso. 

Domanda: e i filosofi, devono essere critici? Infatti, la rêverie di Bachelard viene molto dopo la nascita del surrealismo, e per alcuni il suo intento si esprime anche nel potenziale crepuscolare di un poeta tardivo, che non apporta granché a quanto allora, delineatosi già da tempo. Al vaglio di tutto ciò, contrariamente a quanto fece Bachelard, Musil diventa scrittore molto presto nella sua vita. Certo prima di quanto abbia scelto di farlo poi Bachelard costretto alla sua poiesi, da una crisi esistenziale maturata in un ambito per lui estraniante, quello urbano, là dove l’opera di Bosco ha esercitato una maggiore suggestione (natura/natura) sulla fluidità inconscia del suo sentire finalmente ritrovato e dunque, da allora molto meno cerebrale. Dunque, detto a spanne, questo il solco attraverso il quale per via anche di Bachelard, lentamente si forgia, come svincolo da tutto ciò, il surrazionalismo evolutivo: quello attuale. Tramite il quale, sin da prima di Bachelard (che fu un liberale) e non da lui in poi, si decreta l’impossibilità di legittimare una surrealtà solo emotiva, la cui pretesa a-critica doveva in fondo salvare l’occidente da sè stesso e giustificare così ogni guerra, intesa come ultima trasognanza estremista (leggi allucinazione lirica) del classicismo storico, al quale il surrazionalsismo di Bachelard non ha potuto aggiungere quasi nulla di risolutivo. Così sin da quell’epoca (gli anni ‘20), deriva non solo in arte, la crisi irrisolta di ogni facile compiacenza ed estremismo, che però si ripete. Una crisi esistenziale, che demolisce standard, ma che per farlo crea i propri apartheid e che come fu per Dada (di cui rimane quasi integro nella sostanza, il pensiero fondante), ha la possibilità, forse remota, di tradursi in una capacità analitica e introspettiva che, si spera sia molto più sottile delle avanguardie che quella crisi l’hanno creata. 

Da qui al di là da ogni riflusso, la necessità impellente di un minimalismo compiuto, surrazionale, arca di un tempio filosofale, il cui rigore si vorrebbe sobrio ed equilibrato e la cui cifra non è né simbolica né metafisica.  

Si, si, dicevo; … la mozzarella blu, la mozzarella blu... è incipit mancato... (La mozzarella blu, ah… è esangue). Antesignana dei nostri labili temi...  Ah ah ah! 

Colloquio tra Giannella Esposito, Franco Esposito e Paolo Navale. Frammento, La mozzarella blu è un atto chimico; storia di un’affettazione indebita. La Caletta di Siniscola 1997. (Rivisto da; ulteriori note sparse: 2014, 2015).