20) - Luisella Manca: il non- del Surrazionale. 1998

20) - Luisella Manca: l'arte mutilata (dalla mancanza di raziocinio) è dunque un’arte decadente? Dissolutezza, vanto, morbidezza, non sono mai e poi mai pertinenti alla regola surrazionale?

Paolo Navale: Voluttà o apparenza? No, l'arte è filosofia, pensiero e ragionamento, non immagine. Non illusione. Nessun filosofo oggi può permettersi di trovarsi in difficoltà nello spiegare per esempio il Grande Vetro di Duchamp e il mito “alchemico” della sposa ivi contenuto; un mito che tra l’altro rinnova la tradizione esoterica occidentale nel sua ultima venuta, dunque evolutivo rispetto al passato, rispetto alla tradizione apologetica, o anche profetica(?) che ne consegue. Oggi più che mai l'aggettivo “bello” è diventato il più basso e svilito di tutti i propositi per definire qualcosa. Ormai  è usato solo fine a sé stesso. Ciò che a noi appare bello, non è tale per l’intento dell’artista, il quale ha ben altro scopo, ben più profondo. Attraverso la sua opera e con l’ascendenza che gli è propria, l’artista quando vale, raggiunge il sé (che in quanto stato interiore, in quanto oblazione, non è rappresentabile, ne descrivibile). Se l’estetica in questo senso non esiste, il “bello”, quando non è prosopopea melliflua, è invece un prodotto di risulta che scaturisce da un metodo, sistematico, razionale. Il bello è sempre là, dove vi è la negazione dell’io. Scaturisce improvviso nel momento catartico in cui, nell’osservatore, vi è il sacrificio del proprio io, quando cioè si manifesta, tutto il senso dell’opera sì, ma transustanziata, in quella interiore. 

Dunque il resoconto armonico, quello di un tratto del sé universale: la risoluzione attuativa, individuale, del non-essere, che non per forza è il “bello” del sé. Una bellezza non esteriore, non emotiva soltanto… non di superficie. Tale aggettivo non è mai stato un traguardo ma solo una concausa, quella di un intento, di un lungo apprendistato, di un luogo a procedere, con presupposti ragionati prima, risultante di un progetto, ben discusso, reiterante la prova, adamitica, di una collettività. Il risultato non voluto di una disciplina da cui deriva uno stato esegetico surrazionale, che sorpassa tutto ciò che lo contiene. Un processo, come palesava Jung nella sua intera opera, che ovviamente esula dall’io e dalla sua gonorrea asfittica, dal suo pianto, dalla sua reductio alla commozione lacrimevole. Il bello è “morte”: sofferenza la cui rinascita avviene solo là dove vi è la perdita delle proprie convinzioni, perdita che lascia infatti posto al sé universale che non ha niente a che vedere con l’egotismo narcisista di questa epoca. 

Tutto questo era tale anche nel rinascimento quando l'arte era appunto ragionata, frutto di un progetto razionale. Oggi l'aggettivo “bello” è mutilato, concupiscente per la sua assenza, minorato da quella decadenza che ancora produce un’arte che regredisce da un profilo (più alto) dal quale poi discende come l’ultima delle derive, tradotta in fantasticheria, che si vorrebbe usurpare lucrando “a gratis” sul termine “rêverie”, già così abusato. Un’arte che non è supportata da nessuna ragione, dunque estremista come lo è spesso la scienza oggi che, nelle sue inquisizioni, non contempla, se non stizzita, il rovescio della sua stessa medaglia. Dunque, che si evitino almeno le contraddizioni in termini; se è solo emozionale, se è soltanto emotiva, non può affatto essere arte sopra-razionale perché non raggiunge nemmeno la soglia minima richiesta al raziocinio necessario per fare Arte. Né i suoi valori intrinseci sono tali da superare la ragione senza mai afferrarla. Il super-sottile, che la tradizione profetica ha sino ad oggi chiamato spirito, è coscienza (del relativo), consapevolezza che il cosmo ha di sé, ... sorretta però dalla propria ratio. Il surrazionale ha come base di partenza lo spirito critico, essenza del sé universale. Un’arte invece sensuale, dettata dalle suggestioni facili, e comunque preda della facile commozione, è un'arte solo dei sensi, del godere, che non può nemmeno essere dotata di quello spirito rigoroso necessario al nous per adoperarsi in quanto accezione esclusiva del sopra-razionale. 

Se il “sonno della ragione produce mostri” figurarsi il sogno della ragione. Dicevo: si usa Bachelard per motivare la propria “rêverie”… che meglio si adopera, così si crede, alla propria totale mancanza di ragionamento, al proprio delirio emotivo. Il surrazionale delimita tale deriva ed in primis, è lo spirito critico dell'artista, la sua capacità analitica, intellettiva, e dunque concettuale, la sua (come diceva Bachelard) énergie intellective. La cultura della ragione è la capacità del cogito oggi del tutto manipolata e corrotta dai media.

Paolo Navale. Colloquio con Luisella Manca. Tangeri 1998. (Testo rivisto nel 2012).