30) - Rita Bo: sul Surrazionale 2005

30) - Rita Bo: sul Surrazionale.  

Rita Bo. Domanda: trattasi di una ricerca di appartenenza? Sempre legittima d’altronde: il surrazionale, che tu definisci attuativo è un invito accattivante che in arte richiama purtroppo tanti sprovveduti alle prime armi. Perché non usurpare il lavoro altrui? Sfruttarne or ora l’occasione... diventare famosi attraverso l’uso del termine come etichetta?

Paolo Navale: ... così pensano i mediocri. Ripeto, tutti amici, ma un’artista surrazionale è solo colui che usa tutta la gamma di mezzi espressivi dell’arte contemporanea ma che esclude ogni e qualsiasi riferimento alla pittura fine a sè stessa. Mezzi che vanno dal disegno, al puro colore, ridottissimo sì, e pur sempre minimalista, passando anche per il video, la fotografia, la performance teatrale o la body-art, la land-art, il gesto critico, il testo scritto, il site-specific, l’archeologia industriale, tutto in relazione alle prerogative del territorio e, cosa che a suo modo fece anche Bachelard, dei valori locali resi universali. D’altronde, se un artista non si rifà al suo territorio di appartenenza partorisce solo mostri che sono il ritratto aprioristico della sua stessa alienazione. Non di meno, con coerenza, il messaggio finito e maturato a lungo, è tale solo quando risulta valido... e per di più in perfetta continuità con le avanguardie. Ossia quando denota coerenza… linea storica e innovazione. Si chiama surrazionale evolutivo. Tutti però possono scegliere la loro appartenenza ma non come se la fede nell’assoluto, attributo della propria interiorità, fosse un partito o la tifoseria di una squadra di calcio: o con noi o contro di noi. L’ho già detto, anche pubblicamente e ampiamente anche solo due mesi fa lo ripeto: non è l’appartenenza al surrazionale come termine così come decretato, con i suoi contenuti da Bachelard, che fu, sia pur solo indirettamente, ispirato dalla sua epoca, e non da Duchamp(?)(che lui si, leggeva Eraclito in mutande e nel gelo del mattino). L’ho già detto!!! Credo che bisognerebbe restituire a Bachelard qualcosa, un qualcosa di evolutivo rispetto al suo pensiero. Il connubio tra gli opposti non è solo Duchampiano, eppure Duchamp va molto più in là: non esiste il connubio tra arte e scienza ma l’arte è scienza (dunque l’arte è pensiero concettuale e analitico) e la scienza è arte. Dunque... (la scienza è spirito inteso come trascendenza della materia) questo si deduce da Duchamp, queste le porte aperte dal Grande Vetro, che come il rosone di una cattedrale (al quale l’opera fa certamente riferimento), è vessillo della nostra imperturbabilità mancata. Si trattasse di asserire l’equivalenza tra gli opposti, spero essere stato chiaro: ...che il gesto, l’azione critica, è significativa solo se trascendente! Bisogna capire che il gesto e la performance sono sì esattamente la stessa cosa, ma solo il gesto è filosofia vera: ossia è concetto, è cogito che deve trascendere qualcosa di più vasto del concetto stesso. Voglio dire che in arte, il Surrazionale è semmai solo quello evolutivo. Dunque, prima di infatuarsi in maniera stupida e superficiale del termine, vorrei chiedere, quale effettivo contributo intellettuale (intellettivo) altri potrebbero mai apportare al concetto in questione? Alcuni si comportano come chi si è innamorato ma non è mai stato corrisposto? Che tristezza, ah!... Cosa danno di loro al mondo, che il mondo già non abbia dato loro, senza usura e senza aver affatto bisogno di loro? Il surrazionale preso a prestito dagli scritti di Bachelard, senza saper elaborare niente di nuovo, col rischio incipiente solo di plagiarlo, di usarlo e basta, e di scimmiottarlo? No!!! Hanno valutato questo insano rischio? Senza apportare niente di nuovo? Il loro apporto in arte ... qual è? Il loro contributo? Spirituale? Esistenziale? Quale sarebbe? Usano il termine solo per vanagloria? Mi dicono che per loro, il rispetto per la spiritualità altrui ha molta importanza. Non sanno però ancora bene che il rispetto per se stessi, quando manca si vede eccome! Altro che amore per Bachelard! Il loro è godimento sensuale, ma solo per se stessi, non ricerca. Di plagio si può anche godere, dicono i mediocri. Non per Bachelard al quale non restituiscono niente: l’io, l’io... l’io... il loro. Chiedo loro: la spiritualità di tutti quei cittadini del mondo che col termine si sono identificati facendone il proprio credo ascetico, mistico, silente e contemplativo e di rinuncia all’apparire... lor signori, quest’aspetto, l’hanno forse preso in considerazione oppure (meglio tardissimo che mai), conoscono Bachelard ora soltanto, pur continuando imperterriti ad ignorarne, tutte le implicazioni che il termine ha avuto e continua ad avere per migliaia di persone nel mondo? Grazie a Bachelard, grazie a chi, in silenzio, il termine ha saputo valorizzare, non solo in arte e non solo per se stesso, ma per tutti, senza usurpare nessuno, né carpire qualcosa senza restituire niente… ossia, grazie a tutti coloro che Bachelard lo hanno effettivamente e veramente studiato. Grazie!

R.B. Il Surrazionale senza ratio non restituisce proprio nessun apporto emotivo? Nemmeno la rigidità della ragione fine a sé stessa?

P.N. In preda a qualche delirio di rêverie alcuni, solo perché dipingono, forsanche da eterni dilettanti, si credono artisti. Al di là delle apparenze, un’artista che vale, vero…  si preoccupa solo di fare qualcosa per il mondo non mai per sé stesso; in questo sono determinanti e molto (sur) razionali. Tutti i grandi artisti sono semmai stati copiati ma non hanno mai usurpato (non hanno mai avuto bisogno di diventare famosi, tanto meno imitando le idee altrui), infatti è proprio come anni fa, ci disse Kounellis, con una citazione che ora so essere molto più antica della Bibbia stessa, che; “un uomo prudente nasconde il suo sapere mentre il cuore degli stolti strombazza la propria insipienza.” Potessimo, imparalo tutti! Questa consapevolezza, denota la meditazione necessaria alla ricerca silente, ponderata, volta all’amore universale, dal quale non solo in arte, scaturisce tutto, prerogativa di una vita intera. Invece per alcuni, sembra sia facile calpestare chi vive nell’umiltà! Certo per ritegno, dovuto alla cosa (al processo di crescita che non è solo mio), non voglio scoprire alcune mie possibilità, il riserbo, il riserbo, riserbo… riserbo… riserbo… ma devo essere condannato dai mediocri per il mio lecito ritegno e pudore? Per il mio esercizio di zelo e necessario silenzio che ho già tradito pubblicando questi appunti? Già! Loro interrogano e io dovrei rispondere? C’è obbligo di riferire? A chi? Il tempo di cui ho bisogno? Se e come, scrivere o parlare, dove, quando e con chi?! Spero si noti che, le circostanze che ho descritto sopra, mi hanno obbligato a scrivere, dunque a tradire il conferimento di un mandato.

Olbia, dialogo tra Rita Bo, Maria Lucia Bo e altri, in occasione della seconda mostra di Paolo Navale a Reggio Emilia 2005.